Home Messaggi Il tesoro nascosto nel campo Messagio ai consacrati a alle consacrate della Chiesa aretina, cortona, sansepolcro
I primi passi per conoscere le comunità cristiane della bella Chiesa aretina, cortonese e biturgense, che da appena quattro mesi mi è stata affidata mi inducono ad una riflessione sullo splendore della vita cristiana e sulle  sfide a cui la diocesi non può mancare di rispondere in questo tempo che la Provvidenza ci assegnato.
Sul nostro cammino comune, già fin d’ora, scorgo i segni della Benedizione. Il Signore ci è vicino come padre buono e provvido. Tocca a noi accorgerci della Divina Presenza e far vedere al popolo, che Dio "come un'aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati,  … lo prese e lo sollevò sulle sue ali" . Per questa gente, con la nostra consacrazione, siamo un segno.
La delicatezza del Signore mi ha fatto anche trovare conforto in tante persone che si rendono disponibili per dar vita in questo territorio alla nuova evangelizzazione e alla testimonianza  che rende credibile la predicazione della Chiesa.
Nella cattedrale come nel più umile luogo dove i padri invocarono il Signore e furono esauditi, occorre che con coraggio obbediamo al comando della Scrittura: "convoca tutta la comunità all'ingresso della tenda del convegno...questo il Signore mi ha ordinato di fare".

1.    Il Segno del tempio
Il senso della consacrazione religiosa nella Chiesa diocesana

Nella tradizione della Chiesa, l’avvio del ministero di un vescovo è il momento opportuno per fare verifica in ogni ambito della diocesi, per rinnovare la nostra consapevolezza d’essere cristiani  e per responsabilizzarci tutti, nel ruolo che a ciascuno è affidato.
La festa della Presentazione del Signore al tempio mi pare l’occasione propizia per condividere alcune  riflessioni sulla soprannaturalità della nostra condizione di cristiani e per esprimere la speciale attenzione e la gratitudine della diocesi verso i fratelli e le sorelle che ci arricchiscono con i loro carismi di vita consacrata.
Avviando il mio servizio, voglio dire la mia viva fraternità e forte vicinanza a tutte le famiglie religiose della diocesi. Ringrazio Iddio, fratelli e sorelle care, perché siete in mezzo a noi: siete parte irrinunciabile della nostra identità e cuore della nostra azione apostolica, secondo la felice intuizione di Santa Teresa di Lisieux: “la mia vocazione è l’amore…nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l’amore…questo posto me lo hai dato tu, mio Dio”.
Sono convinto che, in questa fase della sua secolare storia, la diocesi ha particolare bisogno del vostro aiuto, della vostra testimonianza di consacrazione, dell'alternativa evangelica che promana dal vostro carisma.
Il popolo di Dio, sul crinale del millennio, ci chiede di fare la nostra parte; si aspetta da noi di dare visibilità alla vocazione ricevuta, di coinvolgerci nei modi che lo Spirito vorrà dettarci. Mentre si spengono le luci della storia che ha visto la caduta di miti e di eroi, di ideologie che sembravano invincibili e di visioni del mondo polarizzate dall’ansia del profitto, la nostra gente ci interpella come “Chiesa del Sepolcro vuoto”, della Resurrezione da annunziare, come comunità cristiana  che ha in San Giovanni evangelista, nostro patrono, il primo testimone delle meraviglie del Cristo Vivente. I cristiani si aspettano,  dall’unità che sapremo realizzare tra le varie componenti della nostra comune appartenenza, che sgorghi la fonte della speranza evangelica.  La riscoperta della dimensione  soprannaturale è il rimedio alla superficialità del nostro tempo, una sorta di medicina che ridona la linfa vitale alla persona; è il collirio per riuscire a vedere la realtà delle cose e dell'uomo: "O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua" .
Sono certo che nessuno dei nostri religiosi si rifiuterà di venire in nostro sostegno, nessuno ci negherà aiuto, tutti consapevoli dell’impegno di questa Chiesa alla  missione.

2.    La radicalità battesimale e la consacrazione religiosa
L’esercizio del profetismo si nutre nell'ascolto della Parola

La Chiesa aretina, cortonese, biturgense, aggregata al tempo dei martiri dal ministero dei Santi Satiro e Donato, è stata corroborata in ogni stagione della sua storia da una singolare teoria di Santi, che hanno saputo leggere i segni dei loro tempi e hanno offerto al resto del Popolo di Dio sintesi forti di vita cristiana, proposte per incarnare il Vangelo nel tempo. I grandi monaci sulle orme di San Benedetto, la riforma di San Romualdo, lo splendore evangelico di San Francesco stigmatizzato a La Verna, Santi e Beati  del Medioevo negli Ordini Mendicanti, negli eremi, nei tessuti delle nostre città, aprirono la strada ai missionari verso terre lontane. La pietà mariana è stata nei secoli il sigillo della fedeltà praticata fino alla vicenda prodigiosa della Madonna del Conforto, che ancora oggi aggrega gran parte degli aretini. Alcuni tra i miei predecessori sono ricordati nel novero dei santi: teologi e letterati, celebrati interpreti della Parola di Dio, guide sicure e forti del gregge del Signore.
Rivisitare l’eredità dei Padri comporta  che torniamo a misurarci con i loro ideali e con gli esempi di santità vissuta, nella esperienza ascetica e nella carità operosa.
    I monasteri, ancora numerosi e significativi, fanno da contrappunto nei tempi più recenti alla santità del passato.
    Chi volesse rievocare la storia di questa grande Chiesa, la sua tradizione e i suoi ideali, potrebbe ben farlo rivisitando la santità dei suoi figli che furono nei secoli vertici di vita cristiana  mirabile.
    I nostri religiosi e le religiose, sempre ricordati per le opere che realizzano, sono un dono in se stessi, in quanto cristiani impegnati a rendere visibile il vangelo, sulle orme di Cristo, nella via avviata dal carisma dei loro fondatori. Essi stessi sono già una benedizione per la Chiesa, segnati dall’incontro personale con Gesù, come gli Apostoli e le donne di Gerusalemme.
Avvicinandosi tempi nuovi, la nostra Chiesa ha bisogno di profezia.
Come l'antico popolo di Dio, liberato dalla schiavitù dell'Egitto, purificato dai quarant'anni nel deserto mentre si avvicinava alla Terra Promessa ebbe bisogno di esplorare il futuro, così la nostra Chiesa ha necessità che una parte dei suoi figli e delle sue figlie le cammini innanzi  e sperimenti la novità del progetto di Dio per i tempi che stiamo vivendo.
A precorrere i tempi, nella logica della Scrittura, tocca sempre a chi si impegna  a incamminarsi per le vie sempre nuove dello Spirito, a dar vita ad esperienze che traducano le promesse del Signore nella storia.
Anche oggi i religiosi e le religiose  sono chiamati a far rivivere, a vantaggio di tutti, la vicenda degli esploratori antichi, quando Israele, timoroso del nuovo e del mai visto, prima di avventurarsi nella Terra Promessa, mandò avanti i figli più coraggiosi, perché sperimentassero le diversità e le rendessero accessibili a tutto il popolo.  Oggi, prima che ad altri, fratelli e sorelle care
che avete dato la vostra disponibilità e avete promesso nei voti i consigli evangelici, tocca a voi d’essere nella nostra Comunità ecclesiale gli uomini della "cordicella di filo scarlatto" .
Non vi è profetismo nella Chiesa che non nasca dall'ascolto della Parola di Dio, che non si nutra di una costante comunicazione con il Signore nella preghiera, che non si esprima nei segni quotidiani della consacrazione per il Regno: "O Signore, con cuore sincero, mi dono a te in perpetuo servizio, in obbedienza e in sacrificio di lode perenne. Accettami...per la mia salvezza e per la salvezza di tutto il tuo popolo" .
Nella nostra Chiesa Diocesana vi è un fortissimo bisogno di soprannaturale vissuto, dell'amore incantato del celibato e della verginità, della scelta di collaborare ad ogni costo per il bene comune. Il segno più prodigioso di tutti, per gli uomini e le donne del nostro tempo, è il distacco dalla ricchezza e la volontaria povertà per il Regno dei Cieli.
Il tempo che stiamo vivendo ci chiede di puntare più su quanto unisce tutti i cristiani, che sulle pur legittime differenze. Le moltitudini sono colpite dallo spirito di servizio che dalle storiche autonomie, che nel passato ebbero le loro ragioni. Pur nel rispetto di tutti, occorre che  ritroviamo la via dell’unità e della perfetta  sinergia, “sicuti cor unum”.
Nella palese antinomia di una presenza scarsa e poco rappresentativa del nostro popolo alla convocazione per la santa assemblea domenicale, corrispondono segnali certamente piccoli, ma non meno veri: nell'anima della nostra gente toscana la fede pare ancor viva, magari come brace sotto la cenere. Non vi è un pregiudiziale rifiuto di ritornare a Dio, purché la Chiesa accetti di purificarsi, anche in questa diocesi, da alcune forme caduche e abitudini che sono ostiche per chi vorrebbe vedere di più in essa lo splendore della comunità degli Apostoli.
Le venerate tradizioni di cui voi, religiosi e religiose presenti in mezzo a noi, siete figli ed eredi hanno particolare attinenza con questo tema e una straordinaria capacità di mostrarci come il cammino evangelico sia possibile e reale anche oggi.
Mi piace prendere ad esempio la meta che  la dottrina cattolica propone a tutti i ministri ordinati, d’essere  tra loro in perfetta comunione e di mostrare attraverso questo segno sacramentale il vero volto della Chiesa. Ai presbiteri, in modo particolare è chiesto di riconoscersi nell’unico presbiterio al quale, attorno il vescovo, successore degli Apostoli, il Signore  stesso ha chiesto di esercitare i “tria munera” dell’insegnamento, della santificazione e della guida del popolo di Dio.
Gli antichi autori spirituali ci preanninciano le difficoltà che incontreremo. Sappiamo bene che nel percorso dal fonte battesimale alla Gerusalemme del Cielo vi è una battaglia da fare e mille prove da superare. Ciascuno di noi, forte soprattutto della fede in Dio, è ben avvertito che: "Non solo egli non permetterà che essi prevalgano su di te, ma prenderà anche le armi per te; ed essendo più potente di tutti i tuoi avversari, ti darà la vittoria in mano, se tu, combattendo virilmente insieme a lui, confiderai non in te ma nella sua potenza e nella sua bontà"  
Di fronte alle vicende del secondo capitolo di Giosuè e alle difficoltà in cui il cristiano si imbatte, la risposta della Bibbia è che la Terra Promessa è la terra permessa. Questa Chiesa aretina, cortonese e biturgense, per me e per voi, ha il fascino del luogo, del popolo a cui il Signore ci ha inviato. Questo è il "sanctus agellus", dove il Signore ci ha inviato perché compissimo la nostra opera: "Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio". Questa diocesi è il gran mare talvolta pescoso, talaltra avaro di pesca. Ma noi, incontrandoci reciprocamente nella comunione degli spiriti, ripetiamo con Pietro: "In verbo autem tuo laxabo rete".

3.    La comunità religiosa anticipa la Gerusalemme del Cielo

L'esperienza dei religiosi contribuisce all'edificazione della comunità ecclesiale.


La Chiesa aretina, cortonese, biturgense, in questa difficile fase della sua storia, ha bisogno di riappropriarsi delle proprie radici; è un processo delicato che si interseca con  le ragioni dell'unità: "la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola" .
Superando le contrapposizioni di campanile e di particolarismi esasperati per secoli, la nostra Chiesa ritroverà il modo per rispondere al Signore con lo stesso linguaggio, riscoprendo la "parresia" degli Apostoli, per diventare credibile di fronte al secolarismo che imperversa nel nostro tempo.
È necessario vivere intensamente la dimensione comunitaria della Chiesa: "Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo". Questa dimensione comunitaria sussiste principalmente nella diocesi, che sola costituisce quella "Chiesa particolare, nella quale è veramente presente e agisce la Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica e Apostolica". Non è pensabile di fare Chiesa per conto proprio senza tener viva, nel concreto servizio pastorale, la dimensione diocesana, attorno al vescovo cui è affidata ogni determinata porzione del Popolo di Dio.
Forse è tempo di superare una struttura arcaica che ha polverizzato la presenza del presbiterio sul territorio. Si è favorita una pastorale ripetitiva, poco attenta ai segni dei tempi, aperta a  una revisione collegiale del suo modp d’essere.
Nella nostra diocesi gran gli operatori pastorali sono ancora abituati ad agire da soli, forse usi a provvedere in prima persona alle esigenze della popolazione. Si è poco avvezzi a misurarsi con i fratelli nella fede e con la dimensione pastorale del Vescovo, al quale è fatto obbligo di raccogliere "intorno a sé l'intera famiglia del gregge" .  Così il nostro popolo, in molti casi, vive una religiosità intimista, che poco sente il bisogno del confronto con gli altri.
É difficile far riscoprire alla nostra Chiesa che Dio ci salva come popolo; ancor più difficile in questo tempo far percepire, nella concretezza del quotidiano, che la Chiesa aretina, cortonese, biturgense è un solo popolo di Dio, all'interno dell’unica barca di Pietro.
Chiedo aiuto ai religiosi ed alle religiose, come esperti di vita comunitaria, perché portino nella nostra Chiesa la sapienza acquisita nella consacrazione.
Come dice la Liturgia, dobbiamo scoprire e far scoprire ai fratelli la ragione più profonda della dimensione comunitaria della Chiesa: "congregavit nos in unum Christi amor".
L'unità del Popolo di Dio e l'animazione della Chiesa è opera dello Spirito Santo. É lo “Spiritus Principalis” che fa del Vescovo il polo dell'unità della Chiesa nell'Ordinazione episcopale e lo sostiene con uno speciale dono nel Magistero, perché egli dia la sua opera per la santificazione della Chiesa conducendola, attraverso i sentieri del tempo, verso la Gerusalemme del Cielo.
Quali esperti e maestri di vita comunitaria, fratelli e sorelle nel Signore, con la vostra presenza siete testimoni, in questa Chiesa particolare, della Chiesa Universale. Con la vostra vita anticipate la Gerusalemme del Cielo, nostra madre, dove tutti insieme, in compagnia dei Santi, loderemo il Signore con un cuor solo, un'anima sola, un unico popolo: la famiglia di Dio. Dall'esperienza comunitaria che ciascuno di voi vive, con la fatica di realizzarla e il gusto di sperimentarla, può venire un forte aiuto per l'edificazione della nostra comunità ecclesiale. Vi chiedo di essere con me costruttori di unità.

4.    I carismi, preziosa risorsa per la Chiesa diocesana

Il  servizio nella Chiesa attualizza l'amore  verso i poveri, i malati, gli ultimi

Il corpo del Signore che siamo noi, con i suoi bisogni, con le sue carenze, con il suo peccato, ma anche con il fascino incantevole dei suoi Santi, rivela lo splendore della vita cristiana, la testimonianza umile e forte della fede. Si concretizza per tutti noi l'amore indiviso per Cristo, che è il centro della nostra consacrazione. In questa realtà il Signore ci chiede di dare testimonianza; in questa Chiesa, piena di futuro, siamo chiamati ad accendere la speranza. Attraverso i carismi propri di ciascuna comunità religiosa, la carità del Cristo si fa soggetto di animazione della storia sempre "incominciando dagli ultimi", a vantaggio dei poveri, dei malati, degli anziani, dei bambini.
Servire il nostro prossimo per amor di Dio, nello spirito della "lavanda dei piedi", che è la narrazione dell’Eucaristia secondo Giovanni, è il comando del Signore; nessun verbo è altrettanto cristiano. La nostra Chiesa ha bisogno di tornare a esprimersi nella dimensione del servizio, alla scuola del Vangelo. A me stesso e a voi chiedo d'esser pronti a spenderci con generosità, accanto alle famiglie, ai catechisti, ai giovani delle nostre parrocchie e a quanti nella sofferenza, nella gioia, nella tribolazione e nelle prove si riconoscono figli della Chiesa.
Fedeli all'insegnamento di San Paolo, quanto abbiamo ricevuto dobbiamo passarlo agli altri. Il dono dello Spirito è sorgente di unità e vincolo di carità. Solo così la nostra vita sarà come l'Eucaristia, "laus Deo debita".
I religiosi e le religiose cui è affidato il compito di "partecipare alla natura sacramentale del popolo di Dio...offrano al mondo una visibile testimonianza dell'insondabile mistero del Cristo, in quanto in se stessi realmente lo rappresentano o contemplante sul monte, o annunziante il Regno di Dio alle turbe, o mentre risana i malati e i feriti e converte i peccatori al bene operare, oppure mentre benedice i fanciulli e fa del bene a tutti, ma sempre in obbedienza alla volontà del Padre, che lo ha mandato".

5.    I consigli evangelici alimentano la comunità diocesana
Nella fatica si manifesta l'obbedienza alla Chiesa; nell'apostolato la paternità e la maternità della verginità feconda; nel distacco dai beni materiali, la profezia del Regno.

Nella fatica quotidiana, nei ruoli assunti per il bene comune rinunziando al proprio utile personale, nella assunzione del servizio, fratelli e sorelle nel Signore, si manifesta, realissima e concreta, l'obbedienza alla Chiesa.
La Chiesa riconosce al Vescovo "il peculiare carisma dell'ordinamento dei vari ruoli, in intima docilità d'animo verso l'unico Spirito vivificante" .
Torno a chiedervi, nel nome del Signore, di rimetter mano all'aratro; uno strumento per molti mai abbandonato negli anni. E la ragione della vita. Eppure ancora una volta, riavviando la dimensione ministeriale all’inizio del mio episcopato, occorre tornare a "gettare la rete sulla parola del Signore ". Siamo infatti certi per fede che vi sono ancora molte benedizioni da raccogliere per questa Chiesa, sposa eletta di Cristo.
A lui appartengono “il tempo e i secoli, a lui la gloria e il potere per tutti i secoli in eterno. Amen”. Le piaghe gloriose del Crocifisso sono presenti anche nel “Christus totus” e sono sì la sofferenza del mondo, il dolore degli innocenti; ma sono anche le nostre fatiche apostoliche attraverso le quali, come simboliche doglie di parto, si genera il popolo della nuova alleanza.
Tra l'impegno come dimensione della libertà e proposito della volontà, e la costruzione concreta della Chiesa secondo l'insegnamento paolino, vi è nel mezzo un "labor" che, rifiutato, vanifica tutto; accettato e vissuto nel quotidiano è sicuro pegno di fecondità, giacché lo Spirito completa ciò che noi non siamo in grado di fare e forse neppure di sperare.
"Ci presentiamo come ministri di Dio" nellimpegno quotidiano di rimanere al nostro posto, al di là dell'interesse e del gusto personale, nelle "veglie", intese come saper dare tutto il tempo al Signore, senza cercare per sé neppure il riposo, pur di favorire la missione. Sono queste le fatiche apostoliche che consentono di riconoscere "ex opere operato" la paternità e la maternità spirituale, come una dimensione reale ed efficace, piena di fascino e di poesia. Vale la pena dedicarsi totalmente al servizio di Dio nella Chiesa; come insegna San Bernardo da Chiaravalle "siamo agli ordini del re, servire il quale è regnare". Una bella esperienza di libertà e di fecondità, che sana ogni crisi di identità e rimedia molti mali spirituali.
Nella fatica si manifesta l'obbedienza alla Chiesa. Nella disponibilità verso gli altri, nella generosità di mettere il proprio tempo a disposizione del bene comune vi è un esercizio della povertà molto più concreto delle manifestazioni esteriori, retaggio dei secoli passati e di una cultura non più comprensibile dalla gente. Condividere il tempo, farsi carico della fatica, sono espressione della comunione con Dio e atto di fede ecclesiale.
La stagione che stiamo vivendo, se pur segnata da grande speranza, pone alla nostra Chiesa problemi nuovi. Vi è da qualche decennio una straordinaria carenza di clero, sia per l’anzianità dei nostri presbiteri, sia per il numero veramente esiguo di  aspiranti al sacerdozio, che per la presenza in diocesi di sacerdoti che provengono da altre regioni geografiche. Di fronte alla grande necessità di sacri ministri, pur nel rispetto di ogni ogni carisma, viene spontaneo chiedere ai religiosi una momentanea supplenza, in attesa che i ranghi dei Leviti si infittiscano, come già avviene in altre Chiese particolari della Toscana. Ci aspetta un decennio di grandi bisogni. Confidiamo che i nostri fratelli dediti alla vita consacrata vogliano prestarci un po’ di aiuto, condividendo con noi il peso e la gloria del ministero che ci fa membri dell’unico presbiterio.

6.    Il genio femminile al servizio della comunità ecclesiale
La verginità feconda di Maria prosegue dentro la Chiesa attraverso la consacrazione religiosa

    Già nella comunità post-pasquale, all’inizio della storia cristiana, accanto agli Apostoli  le fonti attestano la presenza di un significativo numero di donne, che si dedicano al servizio di Dio, impegnate per la preghiera, le opere di misericordia e capaci di umanizzare l’intero corpo ecclesiale.
La dimensione femminile ha un ruolo e un ministero proprio nel tempo della Chiesa, sul modello continuamente richiamato della Vergine Madre. Si ripete, soprattutto ad opera dei Padri, quasi un refrain, di generazione in generazione. Come Nostra Signora, con il suo assenso al progetto di Dio diventò madre del Salvatore, “matri consustantialis”, così un numero di donne forti ha umanizzato il cammino del Popolo di Dio. Tanto è detto di tutto il genere femminile, fin dall’antichità. E’ detto, in modo esplicito e determinato delle consacrate, prima nel monachesimo e poi nelle successive aggregazioni di vita religiosa femminile, come attestano vari riti di consacrazione succedutisi nel tempo.
    Mi piace di ricordare il ruolo significativo di alcune grandi donne che  fecero sviluppare la dottrina spirituale e la carità organizzata.
Nella lettera a Proba del Santo Padre Agostino è fissato uno dei più antichi trattati sulla preghiera. Alla figlia spirituale Eustochio, San Girolamo racconta gli anni di vita eremitica trascorsi nel deserto, tramandandoci la testimonianza sull’eremitismo del primo dottore occidentale.
Nel francescanesimo il ruolo femminile fu determinante, divenuta assai presto maestra di vita secondo lo Spirito per un larghissimo stuolo di fanciulle. Elisabetta d’Ungheria  divenne un esempio luminoso di amore per i poveri.
Caterina da Siena per i Domenicani, come tutti sanno, assurse a ruoli così importanti da determinare la vita stessa della Chiesa Universale.
    Le Sante Paciere del Medioevo comunale segnarono la vita di intere comunità: Chiara della Croce, Angela da Foligno, Margherita da Cortona, Lucia da Norcia, con vita santa e parola convincente, ebbero ruoli di rilievo per la costruzione della pace.
    Santa Scolatica, cresciuta all’ombra del grande suo fratello Benedetto da Norcia, come già le sorelle  di Antonio e Basilio, produssero segni prodigiosi di vita cristiana. La presenza nella nostra Chiesa  aretina di  Santa Teresa  Margherita Redi ci fa guardare con ammirazione  agli splendori del Carmelo  che,  dalla grande  Teresa d’Avila a Santa Teresa Benedetta  della Croce, Edith Stein, Patrona d’Europa, segnarono i tempi più recenti di mistico fervore.
    Le meraviglie della carità si moltiplicarono nella storia: educatrici di giovani, insegnanti, madri di orfani, assistenti di disabili e dei poveri; non c’è carisma che non sia stato praticato a vantaggio del popolo di Dio.
    Quale sia il ruolo e la missione della  santità femminile nella Chiesa aretina, cortonese e biturgense del nostro tempo è materia piena di fascino, che certamente ci riserba  altre meraviglie dello Spirito.    


7.    Chiamati per anticipare la logica del Regno in mezzo agli uomini
La  ripresa delle vocazioni passa attraverso lo splendore della testimonianza

Il rito della Professione religiosa affida al vescovo un singolare, delicatissimo ruolo: tocca al Pastore della Chiesa, raccolti i voti, garantire a chi si consacra la vita eterna. É lo splendore della sequela, è l'imitazione di Cristo nel quotidiano, che ci rende credibili e fa di noi un segno profetico, perché i giovani e le giovani che sono chiamate alla consacrazione trovino il coraggio di dare la risposta affermativa al Signore; è lo splendore della testimonianza di vita che fa scoprire il fascino della sequela.
La ripresa delle vocazioni nella nostra Diocesi pare aver già cominciato a dare frutti. Sono tuttavia convinto che dobbiamo ritrovare, nell'accoglienza dei doni dello Spirito Santo il nutrimento spirituale e il "sigillo", perché il mondo veda e il mondo creda. Come insegna il Papa, “perché si veda che credere è bello, che la gioia di una grande comunità universale significa un sostegno, che dietro di essa c'è qualcosa di importante”.
È la sapienza soprannaturale, che si manifesta nella nostra vita, a rendere credibile il modello che proponiamo. E' la capacità di addentrarci nelle cose di Dio che ci fa alternativi rispetto al mondo. La fortezza con cui noi ci poniamo di fronte alle avversità e alla fatica, manifesta il segno dall'Alto.
Credo tuttavia che dei doni dello Spirito, in questa Chiesa locale, occorre che ne riscopriamo alcuni in particolare, se volgiamo essere anche noi "lumen ad revelationem gentium": la pietà e il santo timor di Dio.
Il primato della preghiera è già in se stesso rivoluzionario, in un mondo che ha fretta; in un ambiente distratto e arido la "opus Dei" cambia i connotati della vita. Non già nella materiale esecuzione degli esercizi di pietà, come sono disposti nelle Costituzioni di ogni famiglia religiosa, ma nella adesione del cuore allo "spiritus pietatis": l'amore per la preghiera diventa un sicuro riferimento al soprannaturale.
Vi è un grande bisogno nella nostra Chiesa aretina, cortonese, biturgense di testimoni di Dio, capaci di farsi maestri di preghiera con discrezione, con pazienza, benevolenza, umiltà; ma anche col fascino di chi sa rispondere a Dio che ci interpella e porsi davanti a lui, come nella tenda del convegno, per dire la lode, nel silenzio della contemplazione, nella fiduciosa richiesta d'aiuto e soprattutto nella benedizione.
La vicinanza al Signore, la familiarità con Lui, lo fanno presente non solo alla nostra coscienza ma anche a quanti incontreremo. Nessun servizio al prossimo è più prezioso di questo.
Il santo timor di Dio è la virtù di tener Dio presente in tutta la nostra vita, non dimenticandolo mai; è un tentativo di camminare al suo cospetto le  ore e i giorni, come servi fedeli, finché non ci sarà dato di sedere al suo cospetto, sull'alto monte del Profeta, nella festosa liturgia del Cielo.
Figli e figlie che vivete la vostra vocazione di consacrati, la Chiesa vi chiede un segno: siate pronti a "dare ragione della speranza che è in voi". Vi chiedo di farvi carico con me della nuova evangelizzazione.
Con gli occhi fissi al Signore che viene presentato al tempio,  modello della nostra comune consacrazione per il Regno, noi riprendiamo il percorso dei Santi con la gioia di servire il Signore che ci ripete "il mio giogo è dolce e il mio carico leggero".
Per questa avventura evangelica, alla quale in nome della Chiesa ancora una volta vi chiamo, non ho altra ricompensa da condividere con voi che quella dell'Evangelista: "una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio" .


Arezzo,  2 febbraio 2010
Festa della Presentazione del Signore al Tempio


 
                                        
Arcivescovo