L'arcivescovo Riccardo Fontana scrive ai giovani della diocesi
Cari ragazzi,
sono arrivato ad Arezzo da un mese. Ho incontrato molta gente, ho visitato realtà diverse, ho potuto già vedere significativi segni di speranza e di futuro. Grazie anche al fecondo ministero del Vescovo Gualtiero e di tanti sacerdoti, anche qui posso ripetere: Chiesa è bello! A questo punto, i gesti non sono più sufficienti: è giusto ora avviare il servizio che mi è stato affidato e che con tanta affabilità in queste prime settimane mi avete mostrato che vi attendete da me. E’ il momento di partire con la concretezza dei fatti e l’umiltà di chiedere a tutti aiuto, perché la missione della nostra Chiesa non sia un’avventura solitaria del pastore della diocesi, ma una corale risposta al Signore. Come quando Pietro, perché si fidò della parola di Gesù, fu coinvolto nella pesca miracolosa, ci è chiesto di riprovare ancora a gettare le reti. Cercando di individuare in mezzo alla gente gli Apostoli e gli amici del Signore, il mio primo pensiero va a voi che siete il futuro della Chiesa, ma siete già una componente irrinunziabile del presente che sto vivendo.
Lo siete con il vostro modo d’essere, con le domande che forse non osate rivolgere neppure a voi stessi, con le incertezze che distinguono una generazione che merita la nostra collaborazione di educatori. E’ nostro compito fare cultura perché nessuno inquini la terra dove dovrete vivere dopo di noi. Tocca alla nostra generazione convincere i potenti a rimediare, con regole eque e condivise, i guasti fatti dall’economia virtuale, che rischiano di compromettere il vostro futuro lavoro. Abbiamo soprattutto il dovere, anche in prima persona, di aiutarvi a coltivare la giusta ecologia dello spirito, perché possiate vivere da “cittadini degni del Vangelo”.
In qualche modo vi abbiamo passato le nostre insicurezze. Con i nostri cattivi esempi, vi stiamo partecipando modelli assai discutibili, che influenzano i più giovani nelle scelte fondamentali. Alcuni si chiedono cosa veramente conti al mondo, o comunque che farne della vita. Altri si domandano quali siano gli atteggiamenti e le decisioni che, a vent’anni, tocca prendere per realizzarsi.
La mia generazione non è molto capace di dialogare con voi. La nostra generazione amava leggere: voi preferite riflettere, con non minore profondità, a partire dalla musica che ascoltate e qualche volta tentate di suonare, per esprimervi. Il mondo delle immagini si è fatto attraente, interpella e influenza le scelte.Voglio dirvi tutta la mia simpatia e la voglia di starvi accanto con discrezione.
Nel mio servizio alla Chiesa ho percorso molte strade, ho conosciuto e amato gente di diverse culture; mi rendo conto di avere sulle spalle uno zaino pieno di esperienze; ma so che non giovano agli altri se non quando mi conquisterò l’opportunità di essere ascoltato, perché avrete visto che non pretendo di saperne più degli altri, e avrete constatato che, con amore, rispetto le vostre pur giovani esperienze; vorrei sapervi liberi, significativi e forti.
Sono in mezzo a voi come successore degli Apostoli, ma so bene che, senza il vostro personale aiuto, non riuscirò a costruire granché, soprattutto se voglio guardare alle persone che sono apparentemente lontane dal Vangelo. Questa vecchia Chiesa, con umiltà, chiede aiuto ai suoi giovani figli.
Negli anni ho imparato ad apprezzare Sir Thomas More, il martire inglese che, per le sue convinzioni, preferì perdere la sua posizione sociale e la testa, piuttosto che la sua qualità di uomo giusto. La sua utopia è più reale di quanto potrebbe sembrare all’osservatore superficiale. Mi piacerebbe condividere con voi i sogni che mi porto dentro da una vita. Sono convinto che, con l’aiuto di Dio, chi non si lascia condizionare dal comune modo di pensare e non ha paura di lottare per le proprie convinzioni riesce a cambiare la storia. Dagli anni in cui vivevo nel Sud Est asiatico sono rimasto incantato dal mito di Garuda, la vecchia aquila capace di far salire sulle sue ali il giovane alla ricerca dell’amore, disposto a sfidare le altezze. E’ la storia di ogni ragazzo, che dopo aver percorso i sentieri del suo mondo di adolescente, sceglie di avventurarsi nel rischio che ogni storia d’amore comporta. All’aquila del mito del Ramajana non interessa di ritornare giovane; le preme di più far salire sulle sue spalle ogni giovane disposto a andare in alto, pur di diventare capace di vedere lontano e di trovare cosa veramente conti nella vita. Mi sento anch’io una vecchia aquila. Non giovano i ricordi dei viaggi del mio passato. Mi interessa molto di più essere utile ai miei giovani amici, soprattutto a quelli che vogliono vedere dove si trovi il vero, il giusto e il bello.
Con le vostre moto e i caschi calati sul volto, come animali bionici dei cartoons, in cerca del brivido dell’assoluto, schizzate per le quattro valli della diocesi dove la Provvidenza ci fa fare un pezzo di strada insieme. Faccio molto tifo per voi: siete la squadra che più mi interessa. Vorrei che riusciste a raggiungere le mete che più vi sono care, a ritrovare le ragioni del cuore, che sono quella scintilla di divino che Dio stesso vi ha posto dentro, fino a farvi ricercatori di pace.
Ho varcato molte volte l’oceano, come i navigatori antichi di cui sono e mi sento figlio. Ho attraversato anche il mare delle complicazioni e delle difficoltà. Qualche volta anche quello del dolore. Vorrei innanzitutto dirvi: coraggio, non vi rassegnate, non vi tirate indietro!
Quando avevo anch’io diciotto anni mi faceva uggia ragionare di felicità; mi interessava molto di più assaporarla subito, fino alla feccia, come scriveva Alceo. Dopo molti cammini mi sono reso conto che il tesoro più prezioso, la chiave per aprire la porta che ti fa accedere alla libertà, è far dono di sé agli altri, senza paura.
Forse non sai che Marco evangelista, prima di essere patrono di Cortona, è il giovanotto che con la sua piccola conoscenza della lingua in uso nel mediterraneo accompagnò Pietro, vecchio e sapiente, ma incapace di comunicare. Marco è tutti voi, nella misura che con i linguaggi comprensibili ai vostri coetanei riuscirete a far loro capire che il figlio di Maria “ai suoi, nel rapporto personale, svela il senso di ogni cosa”. Mi piacerebbe molto, ragazza o ragazzo che hai avuto la pazienza di leggermi fin qui, dirti che si perdono il meglio quelli che, cercando il massimo, si stanno giocando il rapporto con Cristo. Il Vangelo non è una litania di divieti o una noiosa cantilena di obblighi. Lasciate dire ad un Vescovo che ci tiene a starvi accanto che l’esperienza cristiana è bellissima; per sapere che sapore ha un frutto non c’è altra via che addentarlo. Lo fate per cose di minor conto, non sarebbe il caso di farlo per ciò che più conta? Accompagnatemi nell’avventura che avvio e vi prometto che vi farò vedere le meraviglie di Dio.
La mia generazione sapeva a mente il mito di Ulisse, il navigatore di mille esperienze che, perfino quando arrivò in patria, ebbe il gusto di andare oltre, a cercare il nuovo. Non vi lasciate omologare. Vi chiedo di avere il coraggio di andare oltre le colonne d’Ercole, che sono i recinti prefabbricati che vi offrono, sfavillanti del nulla o paghi del mito della soddisfazione dei sensi. Sono poca cosa rispetto al masso della Verna dove perfino frate Francesco si confrontò con l’alternativa.
Ho molta simpatia per la gente giovane senza paura, che è pronta a giocarsi tutto pur di acquistare quella perla preziosa e bella, per la quale vale la pena di vendere il resto, pur di averla.
Educatori di poca prospettiva continuamente vi invitano ad accontentarvi. Nel loro sistema hanno inserito perfino le trasgressioni; ma anch’esse diventano banali, già viste. In fondo: “nulla di nuovo sotto il sole”.
Sono invece convinto che è ancora una proposta piena di fascino l’avventura del Vangelo senza commenti, che Romualdo e i suoi amici avviarono a Camaldoli.
All’inizio del Terzo Millennio, tocca anche a me, con l’aiuto di Dio, proporvi una storia bella. Non abbiate paura di accompagnarmi: possiamo farcela. I ragazzi di Spoleto, nell’ultimo saluto che mi hanno voluto dare in una festa megagalattica nel Seminario di San Sabino (lo stesso di Monte San Savino), mi hanno regalato un sestante che è lo strumento per capire, guardando le stelle, dove sei e decidere dove andare. Mi hanno fatto anche un regalo prezioso: una vecchia chiave con una etichetta dove c’è scritto: “i nostri cuori sempre aperti”. E’ la loro freschezza che vengo a condividere con voi, sicuro di trovarne altrettanta e ancora più disponibile. E’ quella bellissima avventura che vado cercando per queste strade dove la Provvidenza mi ha mandato. E’ la vostra bellezza che dà senso all’aver lasciato per obbedienza i miei giovani amici dell’Umbria, per venire qua a condividere i pochi tesori che ho; la fede in Gesù, la speranza che Santa Maria non mi abbandonerà, soprattutto ora che si chiama Madonna del Conforto, e quello Spirito d’amore che, ai miei sessantadue anni, mi fa ancora sentire affascinato dalla bontà di Dio.
Aiutatemi a far diventare il sogno storia, e la voglia di camminarvi accanto, un’avvincente esperienza di vita.
✠ Riccardo, Arcivescovo
sono arrivato ad Arezzo da un mese. Ho incontrato molta gente, ho visitato realtà diverse, ho potuto già vedere significativi segni di speranza e di futuro. Grazie anche al fecondo ministero del Vescovo Gualtiero e di tanti sacerdoti, anche qui posso ripetere: Chiesa è bello! A questo punto, i gesti non sono più sufficienti: è giusto ora avviare il servizio che mi è stato affidato e che con tanta affabilità in queste prime settimane mi avete mostrato che vi attendete da me. E’ il momento di partire con la concretezza dei fatti e l’umiltà di chiedere a tutti aiuto, perché la missione della nostra Chiesa non sia un’avventura solitaria del pastore della diocesi, ma una corale risposta al Signore. Come quando Pietro, perché si fidò della parola di Gesù, fu coinvolto nella pesca miracolosa, ci è chiesto di riprovare ancora a gettare le reti. Cercando di individuare in mezzo alla gente gli Apostoli e gli amici del Signore, il mio primo pensiero va a voi che siete il futuro della Chiesa, ma siete già una componente irrinunziabile del presente che sto vivendo.
Lo siete con il vostro modo d’essere, con le domande che forse non osate rivolgere neppure a voi stessi, con le incertezze che distinguono una generazione che merita la nostra collaborazione di educatori. E’ nostro compito fare cultura perché nessuno inquini la terra dove dovrete vivere dopo di noi. Tocca alla nostra generazione convincere i potenti a rimediare, con regole eque e condivise, i guasti fatti dall’economia virtuale, che rischiano di compromettere il vostro futuro lavoro. Abbiamo soprattutto il dovere, anche in prima persona, di aiutarvi a coltivare la giusta ecologia dello spirito, perché possiate vivere da “cittadini degni del Vangelo”.
In qualche modo vi abbiamo passato le nostre insicurezze. Con i nostri cattivi esempi, vi stiamo partecipando modelli assai discutibili, che influenzano i più giovani nelle scelte fondamentali. Alcuni si chiedono cosa veramente conti al mondo, o comunque che farne della vita. Altri si domandano quali siano gli atteggiamenti e le decisioni che, a vent’anni, tocca prendere per realizzarsi.
La mia generazione non è molto capace di dialogare con voi. La nostra generazione amava leggere: voi preferite riflettere, con non minore profondità, a partire dalla musica che ascoltate e qualche volta tentate di suonare, per esprimervi. Il mondo delle immagini si è fatto attraente, interpella e influenza le scelte.Voglio dirvi tutta la mia simpatia e la voglia di starvi accanto con discrezione.
Nel mio servizio alla Chiesa ho percorso molte strade, ho conosciuto e amato gente di diverse culture; mi rendo conto di avere sulle spalle uno zaino pieno di esperienze; ma so che non giovano agli altri se non quando mi conquisterò l’opportunità di essere ascoltato, perché avrete visto che non pretendo di saperne più degli altri, e avrete constatato che, con amore, rispetto le vostre pur giovani esperienze; vorrei sapervi liberi, significativi e forti.
Sono in mezzo a voi come successore degli Apostoli, ma so bene che, senza il vostro personale aiuto, non riuscirò a costruire granché, soprattutto se voglio guardare alle persone che sono apparentemente lontane dal Vangelo. Questa vecchia Chiesa, con umiltà, chiede aiuto ai suoi giovani figli.
Negli anni ho imparato ad apprezzare Sir Thomas More, il martire inglese che, per le sue convinzioni, preferì perdere la sua posizione sociale e la testa, piuttosto che la sua qualità di uomo giusto. La sua utopia è più reale di quanto potrebbe sembrare all’osservatore superficiale. Mi piacerebbe condividere con voi i sogni che mi porto dentro da una vita. Sono convinto che, con l’aiuto di Dio, chi non si lascia condizionare dal comune modo di pensare e non ha paura di lottare per le proprie convinzioni riesce a cambiare la storia. Dagli anni in cui vivevo nel Sud Est asiatico sono rimasto incantato dal mito di Garuda, la vecchia aquila capace di far salire sulle sue ali il giovane alla ricerca dell’amore, disposto a sfidare le altezze. E’ la storia di ogni ragazzo, che dopo aver percorso i sentieri del suo mondo di adolescente, sceglie di avventurarsi nel rischio che ogni storia d’amore comporta. All’aquila del mito del Ramajana non interessa di ritornare giovane; le preme di più far salire sulle sue spalle ogni giovane disposto a andare in alto, pur di diventare capace di vedere lontano e di trovare cosa veramente conti nella vita. Mi sento anch’io una vecchia aquila. Non giovano i ricordi dei viaggi del mio passato. Mi interessa molto di più essere utile ai miei giovani amici, soprattutto a quelli che vogliono vedere dove si trovi il vero, il giusto e il bello.
Con le vostre moto e i caschi calati sul volto, come animali bionici dei cartoons, in cerca del brivido dell’assoluto, schizzate per le quattro valli della diocesi dove la Provvidenza ci fa fare un pezzo di strada insieme. Faccio molto tifo per voi: siete la squadra che più mi interessa. Vorrei che riusciste a raggiungere le mete che più vi sono care, a ritrovare le ragioni del cuore, che sono quella scintilla di divino che Dio stesso vi ha posto dentro, fino a farvi ricercatori di pace.
Ho varcato molte volte l’oceano, come i navigatori antichi di cui sono e mi sento figlio. Ho attraversato anche il mare delle complicazioni e delle difficoltà. Qualche volta anche quello del dolore. Vorrei innanzitutto dirvi: coraggio, non vi rassegnate, non vi tirate indietro!
Quando avevo anch’io diciotto anni mi faceva uggia ragionare di felicità; mi interessava molto di più assaporarla subito, fino alla feccia, come scriveva Alceo. Dopo molti cammini mi sono reso conto che il tesoro più prezioso, la chiave per aprire la porta che ti fa accedere alla libertà, è far dono di sé agli altri, senza paura.
Forse non sai che Marco evangelista, prima di essere patrono di Cortona, è il giovanotto che con la sua piccola conoscenza della lingua in uso nel mediterraneo accompagnò Pietro, vecchio e sapiente, ma incapace di comunicare. Marco è tutti voi, nella misura che con i linguaggi comprensibili ai vostri coetanei riuscirete a far loro capire che il figlio di Maria “ai suoi, nel rapporto personale, svela il senso di ogni cosa”. Mi piacerebbe molto, ragazza o ragazzo che hai avuto la pazienza di leggermi fin qui, dirti che si perdono il meglio quelli che, cercando il massimo, si stanno giocando il rapporto con Cristo. Il Vangelo non è una litania di divieti o una noiosa cantilena di obblighi. Lasciate dire ad un Vescovo che ci tiene a starvi accanto che l’esperienza cristiana è bellissima; per sapere che sapore ha un frutto non c’è altra via che addentarlo. Lo fate per cose di minor conto, non sarebbe il caso di farlo per ciò che più conta? Accompagnatemi nell’avventura che avvio e vi prometto che vi farò vedere le meraviglie di Dio.
La mia generazione sapeva a mente il mito di Ulisse, il navigatore di mille esperienze che, perfino quando arrivò in patria, ebbe il gusto di andare oltre, a cercare il nuovo. Non vi lasciate omologare. Vi chiedo di avere il coraggio di andare oltre le colonne d’Ercole, che sono i recinti prefabbricati che vi offrono, sfavillanti del nulla o paghi del mito della soddisfazione dei sensi. Sono poca cosa rispetto al masso della Verna dove perfino frate Francesco si confrontò con l’alternativa.
Ho molta simpatia per la gente giovane senza paura, che è pronta a giocarsi tutto pur di acquistare quella perla preziosa e bella, per la quale vale la pena di vendere il resto, pur di averla.
Educatori di poca prospettiva continuamente vi invitano ad accontentarvi. Nel loro sistema hanno inserito perfino le trasgressioni; ma anch’esse diventano banali, già viste. In fondo: “nulla di nuovo sotto il sole”.
Sono invece convinto che è ancora una proposta piena di fascino l’avventura del Vangelo senza commenti, che Romualdo e i suoi amici avviarono a Camaldoli.
All’inizio del Terzo Millennio, tocca anche a me, con l’aiuto di Dio, proporvi una storia bella. Non abbiate paura di accompagnarmi: possiamo farcela. I ragazzi di Spoleto, nell’ultimo saluto che mi hanno voluto dare in una festa megagalattica nel Seminario di San Sabino (lo stesso di Monte San Savino), mi hanno regalato un sestante che è lo strumento per capire, guardando le stelle, dove sei e decidere dove andare. Mi hanno fatto anche un regalo prezioso: una vecchia chiave con una etichetta dove c’è scritto: “i nostri cuori sempre aperti”. E’ la loro freschezza che vengo a condividere con voi, sicuro di trovarne altrettanta e ancora più disponibile. E’ quella bellissima avventura che vado cercando per queste strade dove la Provvidenza mi ha mandato. E’ la vostra bellezza che dà senso all’aver lasciato per obbedienza i miei giovani amici dell’Umbria, per venire qua a condividere i pochi tesori che ho; la fede in Gesù, la speranza che Santa Maria non mi abbandonerà, soprattutto ora che si chiama Madonna del Conforto, e quello Spirito d’amore che, ai miei sessantadue anni, mi fa ancora sentire affascinato dalla bontà di Dio.
Aiutatemi a far diventare il sogno storia, e la voglia di camminarvi accanto, un’avvincente esperienza di vita.
✠ Riccardo, Arcivescovo


